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Il Cristo di Cimabue simbolo dell’alluvione di Firenze e della sua rinascita

"Crocifisso" 1280 circa Cimabue Museo dell'Opera di Santa Croce

Ancora oggi, nell’anniversario dei 50 anni , il Cristo di Cimabue è il simbolo dell’alluvione di Firenze e della sua rinascita, sommerso dal fango e dall’acqua all’interno del complesso della Basilica di Santa Croce dove si trovava, fu reso quasi completamente illeggibile conservando solo il 30 % della sua pittura originaria ma l’intervento di restauro  realizzato dall’Opificio delle Pietre Dure  lo ha restituito alla visione del pubblico, grazie al metodo innovativo dell’ ”astrazione cromatica” che venne applicato sul campo per la prima volta, un metodo destinato a fare scuola.

Oggi vogliamo invece ricordarlo nella sua immagine originaria, così come è stato inserito all’interno della nostra opera editoriale “L’Oro di Dio”  prima che l’alluvione del ’66 lasciasse sulla tavola i suoi segni di distruzione e rendere omaggio a questa grande opera d’arte che segna la nascita della pittura occidentale, punto di svolta e di passaggio dalla tradizione gotico-bizantina.

Sono passati appena dieci anni dal Crocifisso che in età giovanile Cimabue, precursore di Giotto e Duccio, ai quali consegnerà un’arte figurativa svincolata dalla maniera bizantina, ha dipinto per la chiesa di San Domenico ad Arezzo  ma  la resa del Christus patiens per la basilica francescana fiorentina delicatamente sfumata e dotata di un naturalismo sconvolgente rappresenta un’autentica rivoluzione nella pittura.

Secondo gli studiosi la croce sarebbe stata dipinta poco dopo il viaggio a Roma nel 1272 e prima del 1280, a corroborare questa datazione l’analisi stilistica con le opere precedenti, il Crocifisso di San Domenico ad Arezzo dipinto intorno al 1270 e le due Maestà conservate oggi  al Louvre e alla National Gallery , datate intorno al 1280.

Se mettiamo a confronto i due crocifissi sono diverse le modalità con le quali viene raffigurato il Cristo sulla croce, con la testa reclinata sulla spalla, gli occhi chiusi, il corpo incurvato nello spasimo del dolore, secondo l’iconografia che si è andata affermando nel corso del XIII secolo.

Nel Crocifisso di Arezzo l’artista è, anche se per poco, ancorato alle tecniche stilistiche di origine orientale, evidenti nel disegno dei contorni e della rigida ripartizione corporea, il corpo è diviso in aree circoscritte e ben distinte e ampio è l’uso di righe scure sottili tracciate con la punta del pennello.

Nel Cristo di Santa Croce si afferma una nuova concezione del colore che la delicatezza dello sfumato e dei toni del chiaroscuro modella in forme di straordinario realismo, il corpo del Cristo appare pervaso da un dolore più vero , più tangibile, più umano, grazie anche alla luce che ne avvolge i contorni disegnandone il volume e scavandone le ombre tra la testa e la spalla destra. Con morbide pennellate vengono resi i particolari anatomici  illuminati con angoli diversi che ne sottolineano la reale fisicità rispetto alla tripartizione della scuola orientale.

Sul cadavere livido di Cristo si adagiano le tonalità delicate del perizoma, mentre ai lati, le figure dei dolenti, la Vergine e  San Giovanni Evangelista, sembrano guardare già con occhi nuovi al futuro di un’arte per la quale questo grande capolavoro segna un determinante punto di svolta.

 

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