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Il San Domenico orante dell’Angelicus Pictor

San Domenico Orante - Beato Angelico

Una perfetta e compiuta visione del mondo e dell’arte alla quale faceva da supporto la capacità di esprimersi con immediatezza e padronanza dei mezzi pittorici in ogni tecnica, dalla tempera su tavola a quella su pergamena, dalla miniatura all’affresco. Se è vero che il Beato Angelico legò la sua fama all’affresco come testimonia il ciclo nel Convento di San Marco a Firenze fu nel campo della miniatura che rivelò la sua straordinaria capacità nel mantenere, pur nelle dimensioni ristrette di un capolettera, la giusta spazialità, il senso delle proporzioni e una cura estrema ne dettagli, espressivi e descrittivi.

Secondo gli studiosi infatti Beato Angelico avrebbe svolto nel campo della miniatura un ruolo analogo a quello di Masaccio in pittura, a lui infatti è legato il più radicale tentativo di inserire in un’arte complessa come quella della decorazione del manoscritto, le nuove concezioni di spazio e di predominio della figura umana che sono specifiche del Rinascimento.

Come nota Magnolia Scudieri già direttrice del Museo di San Marco e grande studiosa dell’opera del Beato Angelico, “ … alla prova dei fatti, non esiste per l’Angelico ( ma certamente non solo per lui) una sostanziale differenza tra il “miniare” e il “ dipingere in miniatura”, come non esiste tra quest’ultimo e il “dipingere in larga scala”, perché di ogni tecnica cerca di sfruttare al massimo le potenzialità espressive. Sembra così probabile che la sua iniziale formazione da “dipintore” , quale dichiarava di essere già nel 1417, abbia incluso anche la conoscenza e la pratica della miniatura, pur sempre vissuta con l’occhio del pittore. Il piccolo e il grande formato avevano per fra’ Giovanni esattamente la stessa valenza, erano campi esattamente equivalenti dove ambientare e raccontare la storia o disporre le sue immagini”.

Non sorprende infatti che tutte le miniature che sono state attribuite al Beato Angelico mostrino un’impaginazione e uno stile decisamente pittorico, riportando tutte le esperienze figurative del frate pittore che, chiamato a Roma dal papa per dipingere gli affreschi in Santa Maria sopra Minerva, forse già ammalato, vi morì nel 1455.

Il codice 558,  oggi riprodotto in facsimile in tiratura limitata di 600 esemplari,  giunse nel 1869, anno della sua fondazione, al Museo di San Marco dalla Biblioteca Nazionale dove era approdato con la Biblioteca Palatina e proveniente dalla Chiesa di San Domenico di Fiesole come è stato affermato sin dall’inizio dagli storici dell’arte che se ne sono occupati. Un motivo è insito proprio nell’attribuzione al Beato Angelico e nella certezza che si tratti di un’opera appartenente a una fase giovanile come il terzo decennio del Quattrocento che coincide con il periodo di più costante presenza del frate nel convento di San Domenico, mentre un ruolo particolarmente significativo gioca la rappresentazione della figura di San Domenico nel repertorio iconografico delle miniature.

Tra le pagine miniate dedicate al san Domenico di Guzman, troviamo la carta 68v che raffigura “San Domenico orante e un frate domenicano”. Il fondo della lettera è riempito dall’immagine a mezzo busto di San Domenico colto nell’atto della preghiera e con lo sguardo rivolto al cielo, con l’abito dell’ordine da lui fondato. Nel fregio vegetale viene proposto  un frate domenicano sempre con  lo sguardo rivolto in alto anch’esso colto in un momento di preghiera. Particolarmente ricca la presenza degli animali, due uccelli e una farfalla, che oscilla tra il fantastico e il realistico e rivela una nuova attenzione per l’osservazione naturalistica, specifica del periodo e ben espressa dall’arte miniata dell’Angelico.

 

 

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