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L’oro di Giotto, nel segno della tradizione della pittura fiorentina

Giotto - Collezioni ECRF

“Zeri m’intimò di attribuire due tavolette allora sconosciute ( San Francesco e San Giovanni evangelista) adesso nelle Collezioni dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze), al cospetto del loro proprietario, De Carlo, che le aveva portate con sé e stava pensando di farne pubblico dono, in memoria di un figlio defunto. Nonostante le condizioni imbarazzanti dell’indovinello e la paura di sbagliare, le ricondussi debitamente a Giotto, senza però capire subito cosa mi avesse orientato… Poco dopo mi resi conto di essere stato guidato solo in parte dai caratteri più noti del grande innovatore (volumetrie, abitabilità degli spazi, ecc.) e di aver messo a fuoco quel nome impegnativo anche grazie al fondo dell’oro”.

Inizia così un interessante saggio per mano di Andrea G. De Marchi dal titolo “L’oro di Giotto”, pubblicato nel volume “Il polittico di Giotto nella Pinacoteca Nazionale di Bologna, nuove letture” a cura di Diego Cauzzi e Claudio Seccaroni, edito da Centro Di che fornice valide indicazioni per la comprensione dell’uso dell’oro da parte di Giotto e della sua bottega. Le opere a cui fa riferimento Andrea De Marchi sono due piccole tavolette quadrate, della dimensione di una “fetta biscottata”, dieci centimetri per dieci, una simpatica dicitura che si deve a Luciano Bellosi che nel 1979 pubblicò le due opere attribuite a Giotto di Bondone e che oggi si trovano nella Collezione dell’Ente Cassa di Risparmio e fino a poco tempo fa esposte al pubblico in occasione di un evento espositivo.

Secondo quanto osservato dal De Marchi “ L’oro nei dipinti di Giotto non sembra seguire gli sviluppi tecnici ed estetici del contesto, soprattutto se si considerano i contemporanei di Siena o di altri centri toscani e d’Italia…La precoce Madonna di San Giorgio alla Costa presenta vari solchi prodotti a mano libera, che torneranno in quasi tutta la produzione successiva dell’artista, a volte con stilemi simili, come le forme quadrilobe, riproposte nel polittico Stefaneschi e in quello Baroncelli. Sono soprattutto linee curve, che compongono varie forme ( foglie, fiori, animali, lettere vere o pseudo-orientali, ecc.) e fanno intuire qualche collegamento morfologico anche col mondo cavallini ano”.

Linee sottili, solchi impercettibili, a cui si associano puntini o altri decori realizzati con punzoni o arnesi del mestiere, ma sempre poco evidenti, che tendono a scomparire via via che ci si allontana dall’opera. Sembra che Giotto si adatti in un certo senso alla moda dell’epoca ma sviluppa un suo stile personale, si adegua ma senza evidenziare questa tecnica. “ L’oro, pur nella sua convenzionalità – osserva De Marchi – può meglio intendersi come spazio reale, se privo di trame preziose e di altri ‘rumori’. Uno sfondo uniforme può far vivere più realisticamente le figure. E sembra proprio che Giotto abbia voluto che le lamine applicate funzionassero in quel senso. Ad esempio, appare così più realistico e prospettico il taglio delle bocche aperte negli angeli che si stagliano di profilo sull’oro della Maestà degli Uffizi”.

Oltre alle note di carattere tecnico, esiste l’aspetto cromatico che a seconda dell’uso del bolo rosso o della terra verde, applicati sulla tavola prima della stesura della lamina, conferivano un diverso effetto, più caldo nel primo caso, più freddo nel secondo. Ma se la base in bolo rosso aveva in un certo senso preso il sopravvento, Giotto stesso la usò per una delle sue prime opere, la Madonna di San Giorgio alla Costa o per il politico di Badia e la Croce in Santa Maria Novella, altrove riprenderà la preparazione in terra verde visto che, come scrive Cennino Cennini, “ gli antichi non usavano di mettere d’oro in tavola altro che questo verde”, come nella Pentecoste , nell’Ultima Cena, nel Santo Stefano del Museo Horne e nelle due tavolette dell’Ente CRF, facendone così una figura di grande  innovatore ma nel segno della tradizione della pittura fiorentina.

L’oro di Dio

 

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