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L’umanità sofferente nell’arte di Ottone Rosai

Ottone Rosai

Il 28 aprile del 1895 nasceva a Firenze Ottone Rosai. La foto che lo ritrae che abbiamo scelto fu scattata nel marzo del 1922 alla Saletta Gonnelli che ospitava una sua personale. Nel volto la tristezza per il grave lutto familiare che lo aveva appena colpito, il padre oppresso dai debiti si suicidò buttandosi in Arno, era il 18 febbraio. Ottone Rosai ha ventisette anni e già alle spalle l’esperienza della grande guerra, ricordiamo le mirabili pagine raccolte ne il “Libro di un teppista” pubblicato nel 1919 e ricomparso in tempi recenti tra i classici ripubblicati da Vallecchi, e prima ancora, la sua collaborazione con “Lacerba” che inizia il primo aprile del 1914, l’amicizia con Soffici e l’apertura alla cultura europea.

Nel 1913 l’incontro con i futuristi  a Firenze per la mostra di “Lacerba”.  Marinetti, Tavolato, Palazzeschi, Boccioni visitano una mostra in Via Cavour in cui Rosai espone insieme a Betto Lotti e di cui racconterà  “Avevo conosciuto poco prima Giovanni Papini e fui lui che, venendo una sera a visitare la mostra, portò con sé la compagnia degli artisti futuristi.. Mi vollero tutti conoscere, mi fecero elogi che ricevetti come enormi ricompense e mi invitarono a unirmi a loro. Erano essi Marinetti, Palazzeschi, Boccioni, Carrà, Soffici ed altri: ma più che altro, come pittore e come fiorentino divenni amico di Ardengo Soffici che mi dimostrava molta stima e affetto”.

Sempre nel 1922 conosce Francesca Fei, un’impiegata del giornale La Nazione che alla fine dell’anno diventerà sua moglie. Sono anni difficili, tra la disperazione e il desiderio di non arrendersi, Rosai riprende il lavoro della bottega paterna su cui gravano debiti  e le difficoltà economiche,  per un po’ di tempo, lo tengono lontano dalla produzione artistica. Nel 1926 inizia la collaborazione con “Il Selvaggio” di Mino Maccari che durerà fino al 1929. E’ del 1928 “I giocatori di toppa” uno dei quadri  più noti di Rosai che segna il suo ritorno alla pittura ed esprime la sua classicità in chiave moderna. Diventa  così  interprete di una tradizione pittorica che parte da Giotto e Masaccio trova ispirazione nel quotidiano, ritraendo una umanità umile e silenziosa, dalla grande potenza espressiva.

Nel 1929 è  il disegnatore ufficiale de “Il Bargello”,  la rivista diretta da Alessandro Pavolini e l’anno seguente Vallecchi pubblicherà “Via Toscanella” con prefazione di Ardengo Soffici, in luglio uscirà un opuscolo polemico “Il Rosai” a cura di Berto Ricci ed altri e il 5 novembre Edoardo Persico organizzerà alla Galleria il Milione la prima personale. Nonostante il consenso della critica e il successo dell’inaugurazione non sarà venduto nessun quadro.

La grande delusione spingerà l’artista a un autentico esilio, prima a Villamagna, nel casotto del dazio, poi nello studio leggendario di Via San Leonardo. “ Ero intimidita dai silenzi dello zio – scrive in un ricordo Silvana Fei Doninellie avrei voluto capire quelle parole che lui borbottava fra’ denti, forse un commento o una critica al lavoro che stava svolgendo. Mi guardavo in giro curiosando sugli olii appesi alle pareti o appoggiati per terra, contro il muro. Ma erano i disegni ad affascinarmi, i ritratti più dei paesaggi. Riconoscevo alcuni di quei volti che avevo incontrato a casa della zia durante quelle cene con gli amici. Adesso li ritrovavo nelle linee nitide tracciate in un sottile segno di matita; altri volti disegnati a carboncino, mettevano in risalto tratti sofferti o inquietanti”.

Nel maggio del 1957 Pier Carlo Santini organizza al Centro Culturale Olivetti di Ivrea una mostra, sessanta dipinti dedicati alla figura umana. Ottone Rosai morirà il 13 maggio, il giorno prima dell’inaugurazione.

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