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Benvenuto Cellini, la poesia nel marmo per l’opera dedicata a “Apollo e Giacinto”

Il 3 novembre del 1500 nasceva a Firenze Benvenuto Cellini, scultore, orafo, scrittore, artista italiano tra i più importanti del manierismo, dal carattere sanguigno e facile all’ira,  una vita assai tormentata la sua, un aspetto questo  che lo avvicina  molto a quella del Caravaggio, vissuto un secolo più tardi.

Di lui abbiamo un ritratto vivido che ci arriva  da parte del critico letterario Giuseppe Baretti che nel XVIII scrisse: “… Noi non abbiamo alcun libro della nostra lingua tanto dilettevole a leggersi quanto la Vita di quel Benvenuto Cellini scritta da lui medesimo nel puro e pretto parlare della plebe fiorentina. Quel Cellini dipinse quivi se stesso con sommissima ingenuità, e tal quale si sentiva di essere […] cioè animoso come un granatiere francese, vendicativo come una vipera, superstizioso in sommo grado, e pieno di bizzarria e di capricci; galante in un crocchio di amici, ma poco suscettibile di tenera amicizia;

lascivo anzi che casto; un poco traditore senza credersi tale; un poco invidioso e maligno; millantatore e vano, senza sospettarsi tale; senza cirimonie e senza affettazione; con una dose di matto non mediocre, accompagnata da ferma fiducia d’essere molto savio, circospetto e prudente. Di questo bel carattere l’impetuoso Benvenuto si dipinse nella sua Vita senza pensarvi su più che tanto, persuasissimo sempre di dipingere un eroe …”

Tra il 1546 e il 1571, anno della sua morte, Benvenuto Cellini realizzò, per proprio diletto e senza aver ricevuto alcuna commissione per essa la scultura in marmo “Apollo e Giacinto” conservata al Museo Nazionale del Bargello e che attualmente è in esposizione a Palazzo Strozzi in occasione della mostra “ Il Cinquecento a Firenze maniera moderna e controriforma” a cura di Antonio Natali e Carlo Falciani nella sezione seconda dedicata alle opere “Prima del 1550”.

L’opera, rimasta incompiuta, rimase nell’atelier dell’artista e poi lasciata alle intemperie nel Giardino di Boboli per due secoli, solo nel 1940 fu ritrovata da Kriegbaum e poi trasferita al museo del Bargello. Oltre alla diatriba con Baccio Bandinelli per l’acquisizione del blocco di marmo che tempo addietro glielo aveva offerto è da segnalare la difficoltà nella lavorazione causata dalle crepe nella pietra, un problema segnalato dallo stesso Cellini che nella sua biografia “Vita” così scriveva “ io mi pentitii più volte di averlo mai cominciato a lavorare”.

Come osserva Sefy Hendler nella scheda dell’opera nel catalogo della mostra “Il risultato, a dispetto dei circa due secoli di precarie condizioni di conservazione, è assolutamente sorprendente. Oltre a esplorare a tutto tondo lo sviluppo spaziale del gruppo scultoreo – prendendo spunto dal Sansovino, ma anche dal Bacco di Michelangelo ora al Bargello, e aprendo la strada alle composizioni più audaci del Giambologna quali Firenze vittoriosa su Pisa, ora al Bargello – Cellini fu maestro nel tradurre le potenzialità poetiche di una scena così densa di emozioni…Cellini riunisce i due amanti scolpendoli nello stesso blocco di marmo e dà loro il colore bianco di morte, accentua inoltre il dramma anticipando la metamorfosi di Giacinto nel fiore che porterà il suo nome”.

Cellini offre una attenta lettura delle Metamorfosi di Ovidio, il X libro infatti venne tradotto da Camillo Cautio proprio nel 1548, trasponendo la poesia nel gruppo scultoreo in marmo, “…Lo scultore – afferma infine Sefy Hendler – ha quindi infuso la poesia nel marmo, realizzando ancora una volta un trionfo artistico”.

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