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Il Messale del Beato Angelico

Il Messale del Beato Angelico
  • Volume di 208 pagine ciascuno formato cm 43×59
  • Stampa con speciale carta appositamente realizzata dalle Cartiere Fedrigoni di Verona.
  • Rilegato in pelle da maestri artigiani.
  • Contenuto in un elegante cofanetto di legno e plexiglas
  • Tiratura limitata a soli 600 copie.

Pitture sublimi riprodotte in tutto il loro splendore grazie alla speciale tecnica della retinatura stocastica e all’applicazione di oro a caldo con tecniche artigianali di antichissima tradizione.

Visibile in parte soltanto durante le rare occasioni di esposizione al pubblico nelle teche del museo di San marco, il Messale di San Domenico esce dal suo “rifugio” e viene oggi riprodotto per la prima volta a grandezza naturale insieme a una selezione di miniature dai Corali di San Marco di Zanobi Strozzi, allievo del Maestro. Il volume presenta un corpus di quarantaquattro tavole miniate proposte in tutto il loro splendore grazie alla tecnica di stampa con una speciale retinatura che consente di ottenere un tono continuo delle tinte, riproducendo colori e dettagli con una brillantezza e una qualità fotografiche. Questa tecnologia si basa su un approccio radicalmente nuovo rispetto alle tradizionali tecniche di riproduzione.

Su ciascuna tavola è stata poi effettuata la stampa di oro a caldo, anticato con un esclusivo procedimento di sabbiatura manuale dei clichè, che consente di rispettare la logora e tuttavia pastosa corposità degli originali: se ne può apprezzare l’effetto osservando la superficie dorata, che presenta una granulosità non ottenibile in alcun modo con il normale procedimento di stampa a caldo da clichè non trattati.

Edito in collaborazione con il Museo di San Marco, il volume è arricchito da tre saggi a cura della dottoressa Magnolia Scudieri, direttrice dello stesso museo, che delineano la figura dell’angelico e situano il Messale nella luminosa parabola artistica del pittore, per poi tracciare un profilo della sua scuola. Per l’introduzione storica sull’arte della miniatura nella Firenze del primo Quattrocento ci siamo invece affidati alla penna della professoressa Maria Grazie Ciardi Duprè Dal Poggetto, titolare della cattedra di miniatura presso l’Università di Firenze.

Il commento delle tavole è della dottoressa Sara Giacomelli, autrice anche dell’analisi codicologica del manoscritto 558, mentre la dottoressa Maria Paola Masini, direttrice della sezione didattica della Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Fiorentino, svela alcuni dei mille segreti sui quali si fonda la tecnica della miniatura, dalla precisione del disegno alla brillantezza dei colori, dalla fantasia della decorazione allo splendore dell’oro, che innumerevoli emozioni regalano all’occhio dell’osservatore anche a distanza di così tanti secoli. Arricchito da una selezione di splendide opere del Beato Angelico (di cui alcune a doppia pagina) e di altri pittori di ambiente fiorentino dell’epoca, il volume rappresenta un doveroso omaggio a uno dei maggiori artisti di una città che ha scritto alcune delle più importanti pagine della storia dell’arte occidentale. E dove la nostra casa editrice ha l’onore di risiedere.

Considerato uno dei padri del Rinascimento fiorentino, il beato Angelico nacque qualche anno prima del 1400, con il nome di Guido di Piero. Avviato giovanissimo alla pittura, si fecce frate intorno al 1420 mutando il proprio nome in Giovanni e continuando a esercitare la sua attività entro le mura del convento di San Domenico a Fiesole, da dove la sua fama si diffuse anche al di fuori dell’ambiente monastico.

Oggi è universalmente noto con l’appellativo “Angelico”, diffusosi già dalla metà del Quattrocento per piegarne sinteticamente l’arte e la personalità, la spiritualità e l’eleganza formale, sintetizzate nel 1481 dall’umanista Cristoforo Landino nella frase «angelico et vezoso et divoto et ornato molto con grandissima facilità».

Con queste parole egli metteva a fuoco l’intento religioso che presiedeva alla rappresentazione della realtà e della bellezza naturale dell’Angelico, al quale riflesso della meraviglia del regno ultraterreno; in ogni figurazione, infatti, l’artista ricercava la ragione all’origine del “bello ideale”, sintesi dell’infinita bontà di Dio. La sua adesione alla trasformazione rinascimentale in atto in quei decenni si manifesta sempre filtrata dal credo. Una perfetta e compiuta visione del mondo dell’arte, alla quale faceva da supporto la capacità di esprimersi con immediatezza e perfetta padronanza dei mezzi pittorici di ogni tecnica, dalla tempera su tavola a quella su pergamena, dall’affresco  alla miniatura: tali tecniche vennero dall’Angelico applicate in tutto l’arco della sua attività, anche se la sua fama resta legata agli affreschi. In particolare nel campo della miniatura il Beato Angelico rivela una straordinaria abilità nel riuscire a mantenere, anche nelle dimensioni ristrette di un capolettera, la giusta spazialità, proporzioni corrette, estrema cura dei dettagli sia descrittivi che espressivi. Da uomo rinascimentale quale era, egli aveva una particolare propensione a raffigurare “storie” che diventavano occasione per cimentarsi nella rappresentazione dello spazio, di descrivere le ardite architetture contemporanee o il selvaggio ambiente naturale e circostante.

La rappresentazione di “storie” era inoltre, dal punto di vista religioso, il mezzo più efficace per volgere quella funzione educativa che era affidata alla pittura, rispondendo così ad una delle esigenze primarie dell’osservanza domenicana. La rappresentazione dello spazio come microcosmo al cui centro è l’uomo costituisce un cardine di riferimento perché allo spazio sono strettamente legati i problemi della figura umana e della “storia”, che sono i protagonisti della sua opera di miniatore.

Il codice 558 del Museo di San marco raccoglie i testi da cantare durante la messa nelle feste dei vari santi e contiene una splendida decorazione miniata riconosciuta di mano del Beato Angelico. La storia dello splendido manoscritto è percorribile a ritroso solo fino alla metà dell’ottocento, quando è arrivato al Museo di San Marco di Firenze, costituito nel 1869, dalla Biblioteca Nazionale, dove era approdato con la Biblioteca Palatina. Quanto alla provenienza, esistono molti motivi per pensare che il manoscritto giunga alla chiesa di San Domenico di Fiesole: uno di questi è insito proprio nell’attribuzione al Beato Angelico e nella certezza che si tratti di un’opera appartenente a una fase relativamente giovanile come il terzo decennio del Quattrocento, coincidente col periodo di più costante presenza del frate nel convento di San Domenico.

Il codice contiene trenta iniziali grandi miniate con figure e scene, e fregio che si allunga nei margini, tre iniziali miniate solo una decorazione fogliata e molte iniziali  tracciate a inchiostro blu o rosso, con sottile decorazione “a filigrana” in colore contrastante. Una decorazione simile, tracciata a penna, decora alcune righe di scrittura in corrispondenza dei capoversi più importanti. La decorazione miniata è ricca ed elegante, l’apparato ornamentale delle iniziali, per quanto curato ed esuberante, è complementare alla scena o alle singole figure che supporta; l’iniziale costituisce la cornice naturale della “storia” che vi è dentro raffigurata, da percepire come una visione da cogliere affacciandosi dentro l’iniziale, il cui fondo è riquadrato da un listello giallo chiaro, sfumato per dare profondità prospettica. Il rapporta tra la lettera e la scena che essa contiene è ancora vitale, come nella tradizione gotica, e lo si coglie nella relazione che unisce le piccole figure posizionate nei tralci e quelle nel fondo dell’iniziale, ma è vissuto con una libertà nuova dall’autore, che gioca con le forme e gli spazi.

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